Assertività: quando una postura ti parla (al corpo e alla mente)
Non è aggressività. Non è un copione. È un equilibrio che senti nel corpo prima ancora di capirlo con la testa.
Stavo guardando distrattamente la televisione, una di quelle interviste che passano in sottofondo mentre fai altro. Era un intervento dell’ex ambasciatore italiano Pietro Benassi. A un certo punto, parlando di relazioni diplomatiche, ha usato la parola assertività come se fosse un modo educato per dire aggressività, ostilità, arroganza.
Sono saltata sulla sedia.
Non per puntiglio. Non per fare la maestrina. Ma perché quella parola, usata così, mi ha fatto male addosso. Come quando senti storpiare qualcosa che per te ha un peso specifico enorme, perché ci lavori da anni, perché l’hai vista cambiare la vita delle persone — e anche la tua.
Ho sentito l’impulso immediato di intervenire, di correggere lo scivolone semantico. L’ho fatto. Eppure, anche dopo, il fastidio non se ne andava.
Era lì. Sordo. Ostinato.
Quando il fastidio è un segnale (e non un capriccio)
Quando qualcosa continua a ronzarmi in testa, ho imparato a non scacciarlo. Mi fermo e mi faccio quelle che chiamo le mie domande-chiave: non per trovare una risposta brillante, ma per capire da dove arriva davvero quel disagio.
Sotto lo strato superficiale — la stanchezza per ciò che accade nel mondo, il dolore per politiche e condotte incomprensibili, la frustrazione per un’informazione spesso superficiale — c’era una domanda molto più precisa, molto più professionale:
“In quanti sanno davvero cos’è l’assertività?”
Non come parola di moda.
Non come etichetta buona per tutte le stagioni.
Ma come esperienza reale, vissuta, faticosa.
Io stessa ho impiegato anni di studio, pratica e inciampi per costruire un mio modo di intendere l’assertività. Proprio perché l’uso inflazionato che se ne fa — nei media, nei corsi, nei contesti aziendali — spesso la svuota di senso.
E no, non sto per partire con una definizione tecnica. Quella non è la strada che ci serve qui.
Tutto ciò che l’assertività non è (prima di dire cos’è)
Partiamo da una pulizia necessaria.
Per me l’assertività non è aggressività. Non è prevaricare. Non è dire “io sono fatta così” e lasciare macerie intorno.
Questo, più o meno, lo sappiamo.
Quello che invece crea ancora molta confusione è un altro punto: l’assertività non è (solo) una tecnica di comunicazione.
Non è imparare frasi giuste da usare al momento giusto. Non è memorizzare copioni da tirare fuori quando il conflitto bussa alla porta.
Pensiero e parole sono legati a doppio filo, certo. Cambiare linguaggio aiuta a cambiare sguardo. Ma se il lavoro resta in superficie, appena arriva il vento forte — il conflitto vero, quello che tocca nervi scoperti — tutto cede.
È la differenza tra una pianta in vaso e una piantata in profondità nella terra. Quando soffia la tempesta, quale resta in piedi?
Assertività non è evitare il conflitto
C’è un altro equivoco che vale la pena smontare con calma: l’assertività non è una via di fuga dal conflitto.
Non è la promessa di una vita senza attriti. Non è la bolla serafica in cui resti zen anche mentre tutto intorno brucia.
Quella bolla non esiste. E, soprattutto, non è l’obiettivo del mio lavoro.
Nei percorsi di conflict & communication coaching non lavoriamo per non litigare mai più. Lavoriamo per non avere paura della tempesta. Per imparare a starci dentro, a vele spiegate.
Litigare per benino — sì, lo dico proprio così — è una soft skill. E l’assertività, quella vera, non elimina il conflitto: lo rende più abitabile.
La postura assertiva: qualcosa che senti prima di capirla
Per questo, quando lavoro su questi temi, preferisco parlare di postura assertiva.
Una postura non la studi. La senti.
L’assertività è quell’equilibrio — instabile, allenabile, mai definitivo — in cui, anche solo per brevi momenti, riesci a:
- dire ciò che provi e di cui hai bisogno in modo chiaro, fermo e aperto (sapendo cosa vuoi dire, perché lo vuoi dire e a chi: fare pulizia delle intenzioni);
- accogliere la reazione dell’altro con empatia, senza finire in risonanza emotiva (non sei responsabile esclusiva di come l’altro si sente);
- restare aperta all’ascolto, disponibile — ma non obbligata — a una negoziazione.
Facile? No. Per niente.
Ed è proprio per questo che diffido delle formule facili, degli approcci frontali, del “ti insegno l’assertività in tre mosse”.
Il corpo sa quando perdi il centro (e quando puoi tornarci)
La parte affascinante è questa: proprio perché è una postura, il corpo la memorizza più in fretta della mente.
Lo senti quando ti sporgi troppo in avanti:
- aggressività, controllo, colpevolizzazione.
Lo senti quando arretri:
- passività, evitamento, congelamento.
E impari, poco alla volta, a riconoscere quei micro-movimenti. A capire quando non sei più nel tuo centro.
Tornare alla postura assertiva non significa essere perfetta. Per me significa tornare alla me stessa che voglio essere, senza tagliare fuori niente.
Un primo passo, piccolo ma concreto
Se vuoi iniziare, fallo così: inizia piccolo, semplice, subito.
Nella prossima conversazione difficile:
- fermati davvero per 10 secondi,
- senti cosa succede nel corpo,
- rientra con una sola cosa chiara: un bisogno, un confine, una richiesta.
Osserva cosa cambia. Nell’aria. Nell’altro. In te.
Provare per credere.
E se senti che vuoi esplorare più a fondo cosa succede quando parli, come ascolti e dove perdi il centro nelle relazioni che contano, esiste uno spazio pensato proprio per questo. Una conversazione di orientamento, senza formule magiche, ma con molta realtà.
A volte basta questo per sollevare il palloncino dall’acqua. E guardare il conflitto dall’alto, senza scappare.




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