E se il percorso di coaching “non funziona”?

5 Dic 2025

Lavoro · Conflitti · Comunicazione

“Non funziona”? Forse sei solo nel punto scomodo del cambiamento

Se dopo un inizio potente ti sembra di tornare indietro, magari non stai fallendo: stai attraversando una fase.

Di Martina Righetti · Blog Parliamoci di Brutto
Non funziona qualcosa nel percorso
Se dopo un inizio potente ti sembra di “tornare indietro”, spesso non è fallimento: è una fase normale del cambiamento. L’infografica che trovi alla fine di questo articolo ti dà i 5 step come mappa, non come sentenza.

Quando dici “sto tornando indietro”

C’è un momento, nei percorsi di coaching e anche nella vita quotidiana, in cui il cambiamento smette di sembrare una salita pulita e diventa un sentiero con i sassi, e tu ti accorgi che stai camminando comunque ma lo fai con meno entusiasmo, con più fatica, e soprattutto con quella vocina che ti guarda di traverso e sussurra: “Ecco, lo sapevo, stai ricadendo nelle solite cose”.

Succede spesso dopo un episodio che ti prende in contropiede: una discussione più accesa del previsto, una giornata in cui sei stata in modalità sopravvivenza, una frase che ti punge in call o a casa mentre stai facendo tutt’altro, e in un attimo ti ritrovi in bocca una risposta che non ti rappresenta più, o almeno non ti rappresenta come vorresti. Non è sempre una frase “terribile”, a volte è solo una frase spenta, un “va bene”, un “lasciamo stare”, un mezzo sorriso di cortesia che congela l’aria e poi lascia lì, sul tavolo, lo stesso nodo di prima.

Ed è proprio lì che molte persone arrivano in sessione con una paura molto umana e molto seria, che spesso suona così: “Ma come, avevo iniziato benissimo, mi sentivo diversa, più capace, più centrata… e ora mi sembra di essere tornata al punto di partenza. Forse il percorso non funziona”. Io quella frase la conosco bene, e la tratto come si tratta un allarme: non lo zittisci, non lo prendi in giro, lo ascolti e poi gli chiedi di farti spazio, perché non è detto che stia descrivendo la realtà, spesso sta descrivendo solo la fatica del momento.

Qui la prima cosa che ti propongo è questa: invece di fissare il ponte sospeso sotto i tuoi piedi, prova a fare un passo indietro e a guardare la mappa, perché a volte quello che chiami “indietro” è semplicemente “dentro”, cioè dentro una fase del cambiamento che non ha l’energia dell’inizio ma ha una forza più matura, più silenziosa, più vera.

I 5 step: una mappa, non una sentenza

Se all’inizio dell’articolo c’è l’infografica con i 5 step, io la terrei davanti agli occhi come si tiene una mappa durante una camminata in montagna: non per controllare se sei “brava”, ma per capire dove mettere i piedi adesso, senza pretendere che il sentiero sia una linea retta.

Questi passaggi — resistenze, click di consapevolezza, accelerazione, rallentamento con twist e up & down, e poi consolidamento e stabilizzazione — non sono un algoritmo, e non sono neanche una scala morale in cui “sei più avanti” solo quando ti senti bene; sono un ritmo, e ogni ritmo ha il suo tempo, e soprattutto ha il suo modo di farti crescere mentre tu pensi di essere ferma.

È un po’ come quando cambi stile: all’inizio ti resiste addosso, poi trovi un dettaglio che ti illumina, poi ti entusiasmi e fai mille prove, e dopo arriva quel momento stranissimo in cui ti guardi e dici “non so più chi sono”, perché il vecchio non ti veste più ma il nuovo non è ancora tuo. Ecco, quel punto è il rallentamento, non il fallimento. È la parte in cui stai imparando a tenere insieme identità e cambiamento, e questa, nel conflitto, è una competenza enorme.

Perché litigare è un’abitudine, un vestito sartoriale cucito nel tempo, un binario che hai scavato a forza di ripetizione, e non lo fai deragliare in due conversazioni perfette; lo sposti di millimetri, con pazienza, con fiducia, con direzione, e poi — quando arriva la crisi — scopri se quel millimetro è diventato davvero tuo.

La fase scomoda: come la attraversi senza farti male

Nella fase “up & down” non ti serve aggiungere pressione, ti serve aggiungere cura e precisione, e la precisione in questi casi non è fatta di discorsi lunghi, è fatta di micro-mosse che tengono il perimetro mentre l’emozione spinge.

Ti faccio un esempio, semplice e realistico, di quelli che capitano senza che tu li abbia prenotati. Sei in call, magari hai già la giornata piena, e arriva un commento che suona come una svalutazione, anche se forse non era intenzione; senti il petto che si stringe, la mente che corre a “non mi vedono”, e la vecchia abitudine sarebbe chiuderti, oppure rispondere a tono con una frase secca che poi ti resta addosso tutto il pomeriggio.

In un percorso che sta funzionando, invece, non è che tu diventi improvvisamente immune, è che ti accorgi prima di ciò che sta succedendo e ti concedi una pausa piccola, quasi invisibile: dieci secondi in cui respiri e ti dici “ok, sto per reagire”. A volte basta nominare con gentilezza: “Mi prendo un attimo, voglio rispondere con chiarezza”. Poi rientri non con un attacco, ma con una riformulazione breve, che è un modo per sorvolare il conflitto e non restarci incollata: “Se ho capito, il punto per te è questo…”. E infine, invece di lasciare la conversazione in sospeso o trasformarla in un ping-pong, chiudi con un quando che tiene la relazione al sicuro: “Ci torno domattina con una proposta più precisa, così decidiamo senza trascinarcela”. Non è teatro, è una cornice. È il modo in cui sollevi il palloncino dall’acqua, perché porti su il tema vero, e togli ossigeno all’escalation.

Frase che ci aiuta nel cambiamento. “Sto attraversando una fase. Mi fermo un attimo e poi rientro con una cosa chiara.”

“Conflitto di pace”: come capisci che stai cambiando davvero

Quando si parla di cambiamento nel conflitto, io non guarderei mai l’ideale “non litigare più”, perché non è realistico e spesso non è neanche desiderabile; guarderei invece la qualità del rientro, la tua capacità di riprendere il filo senza farti trascinare per giorni, e la tua capacità di trasformare la conversazione in qualcosa che lascia meno macerie e più direzione.

Il “conflitto di pace” assomiglia a questo: magari la discussione c’è, magari ti emozioni, magari ti irrigidisci anche, ma poi sai rientrare prima, con più pulizia, e soprattutto sai chiudere con un pezzetto di realtà verificabile, anche piccolo, che toglie ambiguità. Non serve che sia perfetto, serve che sia praticabile. E a un certo punto inizi a notare segnali concreti che prima non vedevi: i giri di chat si accorciano, le spiegazioni infinite diminuiscono, il “lasciamo stare” diventa un “ci torniamo alle 21”, e perfino quando ricadi, invece di massacrarti riesci a dirti parole più gentili, più potenzianti, più adulte.

Ti lascio qui anche il mantra che hai già in newsletter, perché è una bussola semplice e molto vera, soprattutto nei giorni storti:

Mantra. Guarda l’intera mappa (non solo il ponte sospeso che stai attraversando). Ricorda da dove sei partita e guarda dove sei ora.

Questo, da solo, spesso basta a trasformare l’idea di fallimento in una cosa più onesta: un passaggio di consolidamento.

La Discovery: una sbirciata al lavoro con te stessa (e con me)

Quando parlo di Discovery, mi piace pensarla come una finestra aperta per un attimo: non un esame, non una performance, e neanche una “vendita”, ma una chiacchierata protetta in cui puoi portare una situazione vera, una di quelle che ti resta addosso, e guardarla insieme con calma, senza doverla risolvere in mezz’ora e senza dover dimostrare niente a nessuno.

È anche il modo più semplice per capire se questo tipo di lavoro fa per te, perché il coaching relazionale breve non è terapia e non è formazione: non è un luogo in cui ti “aggiusto”, e non è un corso in cui ti riempio di teoria; è un ponte tra ciò che senti e ciò che fai, tra introspezione e azione, e la relazione di lavoro conta, perché è lì che impari a reggere la complessità senza scappare, e a scegliere parole e confini che ti somigliano.

Se sei una donna tra i 35 e i 45 e ti senti spesso tirata tra lavoro, casa, decisioni e carico mentale, oppure se lavori in un contesto complesso dove i conflitti diventano riunioni infinite e messaggi logoranti, oppure ancora se sei in una relazione in cui vi incastrate sempre sugli stessi temi, la Discovery può essere quella prima sosta in cui, finalmente, non sei sola a tenere il filo. E se hai ansia prima di prenotarla, sappi che è normale: non devi portare “il caso giusto”, non devi essere brillante, non devi arrivare già ordinata; puoi arrivare anche confusa, anche arrabbiata, anche stanca, e spesso è proprio da lì che si vede qual è il passo più gentile e più utile.

Dopo, ti resta in mano qualcosa di chiaro: non una promessa miracolosa, ma una sensazione di direzione, una frase-corrimano che puoi usare nella prossima conversazione difficile, e la percezione concreta di cosa significhi lavorare su di te mentre la vita accade, non quando la vita si mette in pausa.

Se oggi sei nel punto in cui pensi “non funziona”, io ti direi: prima di chiudere la porta, fai questa piccola scelta. Prenota la Discovery e porta una sola conversazione che ti pesa. La guardiamo dall’alto, insieme, e iniziamo a trasformare l’ostacolo in un’opportunità, con calma, con rispetto, con quel ritmo che è tuo.

Vuoi fare una prima sbirciata al lavoro con te stessa?

Se ti ritrovi in quello che hai letto e vuoi capire che forma potrebbe avere un percorso insieme, puoi prenotare una discovery call: uno spazio breve e protetto per guardare una situazione vera con calma e con direzione.

Prenota una discovery call

Fasi del Cambiamento

Un ciclo reale in cinque fasi
Resistenze iniziali

Resistenze iniziali

Inizia il percorso con dubbi e prudenza, chiedendoti se il cambiamento sia realmente necessario.

Click di consapevolezza

Click di consapevolezza

Raggiungi una comprensione profonda delle dinamiche chiave e acceleri il processo di cambiamento.

Rallentamento e sfida

Rallentamento e sfida

Ti metti alla prova nella vita reale, affrontando alti e bassi e trovando il tuo ritmo di cambiamento.

Consolidamento

Consolidamento

Le nuove risposte emergono in modo naturale, riflettendo un adattamento sempre più fluido al cambiamento.

Stabilizzazione e gestione

Stabilizzazione e gestione

Acquisisci sicurezza nel gestire anche le crisi, affrontando le sfide con equilibrio e consapevolezza.

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Martina Righetti

Martina Righetti

Conflict coach e Mediatrice, founder di Parliamoci di Brutto

Nata a Roma nel 1984, vivo vicino Trento.

Ho lavorato molti anni come avvocata d’impresa e consulente in studi legali e, dall’inizio del 2024 ho dato vita alla mia attività di coach e mediatrice.

Sono specializzata in gestione del conflitto in ambito familiare, relazionale e professionale.

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