Tacere per evitare o per ascoltar(ci)?

31 Ott 2025

C’è un attimo in cui tacere sembra mettere in ordine. Durante una call qualcuno fa un commento che punge, tu istintivamente chiudi il microfono e resti fermo a guardare il cursore del mouse. Oppure anche a casa può capitare una situazione simile: stai sparecchiando e arriva una frase storta così decidi di non rispondere, lasci che l’acqua scorra nel lavello come se potesse portare via anche il peso della conversazione. La stanza si calma, tu respiri. Ma non tutti i silenzi fanno la stessa cosa: alcuni allontanano, altri avvicinano.

Quando tacere mette a disagio

Infatti, nei silenzi di evitamento come questi tu esci di scena, ma il problema rimane. Entriamo più verticali nella situazione per capire meglio questa dinamica.

 Nella team call di cui parlavamo prima, arriva un commento pungente dal capo e la prima mossa istintiva è quella di chiudere il microfono: a quel punto scrivi due messaggi in privato per sfogarti con un collega, poi nulla si muove davvero e la questione rimane sospesa.

Siete in cucina a preparare la cena e il tuo partner apre il tema del budget mensile, e anche lì in modo istintivo ti esce un “lasciamo stare”; l’aria si raffredda, il vuoto si allarga e nessuno sa quando riprenderete il discorso. Davanti a una domanda che invade, prendi la strada della finta neutralità: cambi tema, sorridi per cortesia, ma la domanda rimane lì come un nodo non sciolto.

Lo riconosci dal corpo e da ciò che lascia. Spalle rigide, respiro corto, sguardo che evita; dopo restano ambiguità e decisioni sospese. Se tacere diventa uscire di scena, non stai ascoltando: stai rimandando. E più rimandi, più il nodo si indurisce.
Questa consapevolezza apre una porta: se il problema non è il silenzio in sé, ma la sua funzione, allora puoi scegliere un modo diverso di stare in pausa.

Perché tacere per ascoltare è una risorsa

Il silenzio di ascolto non è sparire. È restare presenti mentre si rallenta per capire. In riunione puoi nominare la pausa e fissare un rientro in agenda, così chi ti ascolta sa che non stai evitando ma stai scegliendo il momento migliore per rispondere con cura. In famiglia puoi riconoscere che ti stai chiudendo e dare un tempo per riprendere la conversazione, evitando che la sera finisca in un muro contro muro

Qui la differenza la fanno due elementi che lavorano insieme: l’intenzione e il dopo. Se dal tuo silenzio nasce un appiglio per riprendere il filo, stai ascoltando; se resta solo vuoto, stai evitando. Per trasformare quella pausa in risorsa, aiutano tre gesti semplici che entrano nella conversazione mentre accade:

  • Pausa intenzionale di dieci secondi: respiri, senti cosa succede in te e nell’altro, lasci decantare l’impulso di rispondere di pancia.
  • Riformulazione breve: se ho capito ti preoccupa X, rispondo tra poco; allinei senza incendiare, mostri che hai colto il punto.
  • Cornice di sicurezza: ci torno domattina all’inizio della call; un quando trasforma la pausa in impegno e toglie l’ansia del “mai”.

Quando questi passaggi scorrono, il silenzio costruisce invece di congelare. E ti prepara al passo successivo: rientrare con parole più chiare.

Far parlare il silenzio

 Nella team call di cui parlavamo prima, arriva un commento pungente dal capo e la prima mossa istintiva è quella di chiudere il microfono: a quel punto scrivi due messaggi in privato per sfogarti con un collega, poi nulla si muove davvero e la questione rimane sospesa.

Siete in cucina a preparare la cena e il tuo partner apre il tema del budget mensile, e anche lì in modo istintivo ti esce un “lasciamo stare”; l’aria si raffredda, il vuoto si allarga e nessuno sa quando riprenderete il discorso. Davanti a una domanda che invade, prendi la strada della finta neutralità: cambi tema, sorridi per cortesia, ma la domanda rimane lì come un nodo non sciolto.

Lo riconosci dal corpo e da ciò che lascia. Spalle rigide, respiro corto, sguardo che evita; dopo restano ambiguità e decisioni sospese. Se tacere diventa uscire di scena, non stai ascoltando: stai rimandando. E più rimandi, più il nodo si indurisce.
Questa consapevolezza apre una porta: se il problema non è il silenzio in sé, ma la sua funzione, allora puoi scegliere un modo diverso di stare in pausa.

Quando questi passaggi scorrono, il silenzio costruisce invece di congelare. E ti prepara al passo successivo: rientrare con parole più chiare.

Far parlare il silenzio

Perché la pausa funzioni rientra con una cosa chiara: scegli un fatto, un bisogno oppure una richiesta. Le frasi-ponte aiutano a restare calmi e in contatto:

  • “Mi fermo qui per trovare parole più chiare.”
  • “Rientro nel pomeriggio con la mia proposta.”
  • “Voglio spiegarmi meglio, riparto da questo punto.”

Con questa struttura, le situazioni quotidiane diventano più gestibili.

Team call. Commento pungente. Ascolto: ti prendi una pausa breve in silenzio, poi dici con voce ferma che vuoi rientrare tra poco sul punto, riformuli ciò che hai capito e inserisci un follow-up in agenda così tutti sanno quando ci tornerete.

Cucina di casa. Tema soldi. Ascolto: riconosci la chiusura che senti, chiedi mezz’ora per non rispondere di pancia e proponi di riprendere alle 21; quando torni porti una proposta concreta, ad esempio dividere le spese della settimana su una tabella chiara che potete rivedere insieme.

Inizia oggi

Puoi iniziare già oggi, senza forzare: scegli una sola conversazione, prenditi una pausa di dieci secondi, dì con parole tue cosa hai capito in una frase, fissa un quando per tornarci e rientra con un punto chiaro. Osserva cosa cambia nel corpo e nell’aria tra voi. A volte basta questo per riaprire spazio dove prima c’era gelo. Se funziona, ripetilo domani: così il silenzio smette di allontanare e comincia ad avvicinare.

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Martina Righetti

Martina Righetti

Conflict coach e Mediatrice, founder di Parliamoci di Brutto

Nata a Roma nel 1984, vivo vicino Trento.

Ho lavorato molti anni come avvocata d’impresa e consulente in studi legali e, dall’inizio del 2024 ho dato vita alla mia attività di coach e mediatrice.

Sono specializzata in gestione del conflitto in ambito familiare, relazionale e professionale.

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