Immagina di aver appena raggiunto il momento saliente di una discussione, di aver pronunciato una frase densa di significato e anche emotivamente carica, come: “E ora come usciamo da questa situazione?”.
Immagina di essere occhi negli occhi con la persona di fronte a te: partner, familiare, figliə, collega, manager…(se sei arrivatə fin qui, festeggiati! Non è scontato fare domande potenti; ne parleremo nei prossimi articoli del blog!).
L’altra persona non ha risposte pronte alla tua domanda, per lo meno non adesso. O forse si trova in difficoltà, sta navigando emozioni difficili, come la rabbia, il risentimento, la tristezza, la frustrazione, la delusione…

Quando il silenzio mette a disagio
Ti dico quello che capita spesso a questo punto (me inclusa, fino a qualche anno fa!): non appena scende il silenzio, potresti essere assalitə da un’intensa sensazione di disagio!
Più il silenzio si allunga, più senti addosso la paura del vuoto e dell’incertezza che nasce da quella mancanza di risposte.
E, come se non bastasse, inizi a sentire su di te la responsabilità del silenzio anche rispetto alla reazione dell’altra persona.
“Come si sta sentendo lui/lei, in questa parentesi senza parole?”.
“Cos’altro può accadere (di catastrofico e nefasto…), se non riempio questo silenzio con qualcosa di rassicurante e utile?”.
Sono tutte domande legittime, che arrivi a farti anche per la capacità empatica che hai sviluppato e per il desiderio (sano e responsabile) di non far soffrire volontariamente un altro essere umano.
Ma cosa accade se stai correndo troppo velocemente? Se stai lasciando che sia la tua paura a prendere il sopravvento in quella conversazione?
Perché il silenzio è risorsa
Ti dico una cosa che ho imparato da quanto, come coach e mediatrice, aiuto le persone ad attraversare fasi di conflitto e transizione personale e professionale: il silenzio è davvero una fonte miracolosa di risorse!
Lasciare scorrere il silenzio, senza interromperlo immediatamente, ti consente infatti di:
- accogliere l’incertezza, lasciare andare la necessità di controllo che spesso ti impedisce di sintonizzarti sui bisogni reali (tuoi e dell’altra persona);
- potenziare l’ascolto attivo, quello degli sguardi e dei gesti, prima ancora che delle parole;
- riattivare una modalità di connessione non verbale, una forma di contatto profondo e compassionevole che spesso ci dimentichiamo di praticare fra noi adulti (più spesso riusciamo a coltivarla, invece, con i bambini e con gli animali).
Per allenare la tua capacità di sostare in quello che io chiamo il “silenzio maieutico”, voglio donarti le mie tre pratiche preferite, quelle che ho utilizzato per potenziare questa soft skill e resistere alla tentazione di interrompere le preziose pause che il dialogo ci offre.
La prima pratica è apparentemente semplice (in realtà difficilissima!): quando si crea il silenzio e stai per riempirlo con la tua solita battuta di stemperamento o il solito cambio di argomento, chiediti: “Cosa mi fa paura in questo momento di silenzio?”.
Possibili risposte potrebbero essere:
“Ho paura che l’altra persona si stia sentendo in imbarazzo”.
“Ho paura che non ci sia una risposta alla domanda che ho fatto”.
“Ho paura che l’altra persona pensi che questa conversazione non mi piaccia o che io non abbia argomenti validi”.
Se dovessi rispondere alla voce della tua paura, cosa potresti dirle?
Forse potrebbe essere:
“Se l’altra persona si sente in imbarazzo, potrà dire qualcosa; se ho dubbi su come si è sentita, potrò chiederglielo espressamente”.
“Se non abbiamo risposte adesso, vuol dire che ci serve tempo per trovarle; possiamo dircelo e creare uno spazio sicuro anche nell’incertezza”.
“Il silenzio serve ad elaborare qualcosa di importante anche in conversazioni che piacciono; non devo sempre avere risposte e argomenti validi per tutto!”.
Puoi fare esperienza della seconda pratica, coinvolgendo una persona del tuo cuore: sedetevi in modo da guardarvi negli occhi, raccontatevi a turno qualcosa di dettagliato che riguarda la vostra giornata, che l’altro non sa e che normalmente non raccontereste perché apparentemente banale o routinario.
Ascoltatevi a turno senza interrompervi per 5 minuti (spoiler: sono più lunghi di come immagini!), e alla fine di ogni micromonologo, limitatevi a guardarvi negli occhi per un minuto. Cronometratelo, mantenete un silenzio attivo, osservatevi mentre dialogate senza parole. Al termine di ciascun momento di silenzio, condividete come vi siete sentiti. Ve lo prometto, sarà magico!
La terza pratica è la mia preferita: la chiamo “Puoi non rispondermi adesso” ed è un invito al silenzio che possiamo rivolgere all’altra persona.
Puoi metterla in atto quando senti che il tuo interlocutore ti sta rispondendo per l’urgenza di uscire da un momento di silenzio, ma che avrebbe bisogno di più tempo per elaborare ciò che c’è stato (lo chiamo il “silenzio necessario”). Potete darvi quel tempo, potete invitarvi a sostare nel silenzio ancora per un attimo, potete farvi un cenno non verbale quando siete entrambi pronti a riprendere il dialogo verbale. Durante questa pausa, cercate di mantenere la vostra connessione: continuate a guardarvi o concedetevi una separazione di sguardi, rimanendo possibilmente nella stessa stanza.
Far parlare il silenzio
Abitare insieme un silenzio è una potente forma di comunicazione, è una profonda fonte di (ri)connessione. Spesso è il modo in cui riusciamo a contattare le parti più profonde di noi stessi e dell’altra persona, andando oltre ogni possibile parola.
Come ti sembrano queste tre pratiche? In che situazioni ti piacerebbe utilizzarle? Quali paure o resistenze avverti, al pensiero di abitare più spesso questa forma di silenzio densa di significato? Condividimi i tuoi pensieri.
Ti aspetto a braccia e cuore aperto,
Martina




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